Dario Taraborelli

Dario Taraborelli

DARIO TARABORELLI

Mi chiamo Dario e lavoro per la Chan Zuckerberg Initiative (CZI), una fondazione privata fondata nel 2015 da Mark Zuckerberg e Priscilla Chan per accelerare la ricerca biomedica di base. Vivo con la mia famiglia in California dal 2010 e da quasi vent'anni lavoro su progetti di scienza aperta.

A CZI dirigo un programma che investe in tecnologia e progetti per accelerare la ricerca scientifica tramite principi di collaborazione su larga scala e condivisione aperta di dati, software, metodi, e risultati scientifici.

 La mia è una storia un po' imprevedibile di incontri e collaborazioni con mentori e insegnanti che hanno segnato anno dopo anno il mio percorso e mi hanno portato ad una professione che - quando cominciai al liceo Calini all’inizio degli anni ‘90 - ancora non esisteva, e probabilmente mai avrei immaginato nei miei sogni più sfrenati. 

 Gli anni al Calini li ricordo pieni di energia, di scontri violentemente gioiosi tra una metà della classe che studiava inglese e l'altra metà della classe che studiava tedesco, giovani pieni di aspirazioni e incertezze dalla città, dalla valle, dalla bassa, in cerca di un'identità tra lezioni di analisi numerica e versioni di latino di autori intraducibili. Ero introverso in quegli anni, scrivevo tanto, ma soprattutto non pronunciavo la erre - la classe esplose dalle risate quando dissi alla professoressa Regola che avrei preferito non coniugare di fronte a tutti il congiuntivo imperfetto di vereor, cosa che poi feci lo stesso - vererer, verereris, vereretur - prendendo il coraggio a due mani. 

Maura Carlotti, che incontrai nel biennio come insegnante di matematica, fu la prima a ispirarmi una passione ossessiva per la scrittura e la lettura. Mi fece conoscere libri che letteralmente spalancavano mondi per un adolescente, dal Monte Analogo di René Daumal -"romanzo d'avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche" -a Gödel, Escher, Bach, la somma delle esplorazioni matematiche, filosofiche e musicali di Douglas Hofstadter. Maura fu la molla che mi convinse a continuare a scrivere, a lavorare con Marco e Alessandro per scrivere a otto mani un libro di testo di matematica (il primo nato da una collaborazione tra un'insegnante e i suoi allievi), e più tardi a coltivare una passione per studiare filosofia, che mi avrebbe portato all’idea di provare il concorso di ammissione alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

 Nel 1995 passo la maturità scientifica e pochi mesi più tardi l'ammissione in Normale. 

Mi trasferisco a Pisa, dove dal primo giorno il mio accento bresciano esportato sulle sponde dell'Arno diventa materiale linguistico esotico di scherno per i miei compagni di corso. In italiano si dice /'prɛte/ e /'fɔto/, mi si spiega, contrariamente a quanto avevo pensato fino ad allora. “Parti e segui la tua strada”, mi dicono i miei, anche se “Pisa è così lontana!”, si lamenta mia madre.

All’università mi appassiono di filosofia della scienza e comincio a studiare i fondamenti delle scienze cognitive, un campo interdisciplinare per lo studio dell'intelligenza umana e artificiale, sotto la guida di un epistemologo napoletano, Guglielmo Tamburrini, e di una neuroscienziata del CNR, Adriana Fiorentini. Roberto Casati, un filosofo della scienza di passaggio al dipartimento per un seminario durante il mio ultimo anno di studi prima della laurea, mi parla di un nuovo programma di specializzazione in scienze cognitive che stavano giusto inaugurando nel 2001 a Parigi e mi convince a partire per un master e poi un dottorato di ricerca all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. 

Vivo cinque anni stupendi a Parigi, con una vita un po' bohème tra scorpacciate di cucina francese (i miei coinquilini ossessi dalle diverse cucine regionali d'oltralpe), avventure notturne in bici in giro per la capitale, e una relazione dapprima a distanza con Emma, allora mia compagna in Olanda, che diventerà pochi anni più tardi mia moglie. Gli anni francesi sono anni formativi importanti per la mia carriera in cui comincio ad appassionarmi di conoscenza e collaborazione aperta: la rete ormai comincia a prendere piede e lavorare con perfetti sconosciuti dall'altra parte del pianeta diventa una realtà.                                               

Un po' per procrastinare durante gli anni del dottorato, inizio a partecipare da volontario a progetti collaborativi come Wikipedia o l'open source e a scoprire la potenza straordinaria di piattaforme che permettono a persone di interessi, lingue, e passioni diverse di collaborare a un progetto comune. 

 Dopo vari concorsi tentati e falliti a fine del dottorato, una borsa Marie Curie mi permette di trasferirmi in Inghilterra nel 2005 dove continuo a specializzarmi lavorando come ricercatore a University College London. Studio psicologia comportamentale, intelligenza collettiva, il funzionamento delle comunità partecipative e la produzione collettiva di software open source, dati aperti, conoscenza aperta. 

 Nel 2010 vengo arruolato come ricercatore alla Wikimedia Foundation di San Francisco, l'organizzazione senza fini di lucro che sostiene l’enciclopedia aperta Wikipedia, dove rimarrò nove anni assumendo qualche anno più tardi il primo ruolo di direttore del dipartimento di ricerca. Il percorso che mi porterà dal leggere Douglas Hofstadter sulle sponde del Mella a dirigere un gruppo di ricerca che studia il funzionamento della più grande enciclopedia vivente è imperscrutabile, ma gli anni a Wikimedia hanno cementato in me la passione per l'idea che dati e conoscenza aperta, sostenuti dalla possibilità di collaborazione in rete in tempo reale, hanno permesso progetti fino ad allora inimmaginabili.

 Guardo indietro agli ultimi tre anni, siamo sopravvissuti a una pandemia che è stata in larga misura sconfitta grazie alla condivisione rapida di dati, risultati, e tecnologie da parte della comunità scientifica globale e grazie all'abbattimento di barriere che impediscono l'accesso al sapere scientifico. La scienza aperta, un concetto che non esisteva nei miei anni di liceo, quando non esisteva ancora la rete, prima ancora che avessi scritto la mia prima mail o avessi usato il mio primo motore di ricerca, oggi è un settore talmente critico da essere stata dichiarata dall'UNESCO una priorità per la comunità internazionale o da spingere dodici agenzie federali statunitensi, dalla NASA all'NIH (l’Istituto Nazionale per la Sanità), a dichiarare il 2023 "The Year of Open Science". 

C'è ancora tanto lavoro da fare, e ho la fortuna di poterlo fare da qui con una famiglia che parla un cocktail di italiano, inglese, olandese e un po' di bresciano, in un posto remoto che mi fa apprezzare ogni estate, quando rientro in Italia, la ricchezza della terra dove sono cresciuto. 

Le mie figlie non avranno l'accento inelegante di cui i miei compagni di università si beffeggiavano, ma portano a scuola nella borsa tutti i giorni un mazzo di carte bresciane, per giocare a briscola non appena ne hanno l'occasione.